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8 aprile, 1994. Venticinque anni fa. Lo ricordo come fosse ieri. Liceo classico.
Una normalissima giornata di scuola con la primavera in faccia, di quelle che non vedi più da anni, e quell’ingenua consapevolezza che qualcosa sta per finire e un’altra vita è imminente. In mezzo, la sana nevrosi da esami di maturità.
C’era spensieratezza. Lo eravamo tutti. Ognuno coltivava le sue passioni. Non che ce ne fossero molte. Usavamo i vecchi telefoni della SIP, le cabine telefoniche, decine di gettoni in tasca. I videogiochi erano pupazzi in movimento. Il motorino un segno di iniziazione al mondo. Libri e fumetti un modo per viaggiare.

E c’era la musica. I ricordi di allora che porto con me erano molto chiari.
La tendenza alle fazioni era quasi un dovere identitario. Grosso modo la scuola si divideva in tre gruppi più o meno integralisti: C’erano i fans degli U2, che nel 1991 ci avevano ipnotizzato con “Achtung Baby”, i sostenitori degli americani REM, piuttosto scettici verso Bono Vox ed una ristretta élite, la più integralista, che idolatrava il “Grunge” e il suo Re, Kurt Cobain, il ragazzo biondo che vestiva come uno straccione, e che guardava tutti noi compagni con aria snob impietosita.

“I Nirvana!!! Io ascolto solo Grunge! Tu che ascolti? Quei fighetti di Bono Vox e The Edge? O stai ancora appresso a quei rincoglioniti noiosi dei Pink Floyd?”
Le domande, le accuse, gli sfottò erano sempre quelli.
Mi avvicinai alla band di Cobain, i Nirvana, verso l’inverno di quell’anno. Nascostamente.
Non parlavo mai molto delle mie scelte musicali.
Rimasi fulminato da “All Apologies”, l’ultimo brano dell’ultimo album ufficiale della band:
“In Utero”.
Mi dissi: questo tizio ha qualcosa da dire, da gridare e va ascoltato.
E mi chiedevo chi fosse, se fosse il solito artista maledetto tossicodipendente o se ci fosse qualcosa di più.
8 Aprile, 1994. Giorno di sole. Arriva uno più informato degli altri e dice a tutti quelli che può raggiungere che Cobain si era ammazzato. Arma da fuoco.

Si era ammazzato. Proprio adesso che mi stavo avvicinando in ritardo alla loro musica, “Nevermind”, il capolavoro che li lanciò nell’Olimpo musicale, il precedente album “Bleach”, lo sconosciuto “Incesticide”.
Non avevo fino ad allora mai conosciuto la morte allora. Non la morte di uno che faceva concerti in mezzo Mondo, che respirava con me dall’altra parte del globo e che aveva solo 27 anni.
Perché si è ucciso? Perché un colpo d’arma da fuoco? Come? Era morto già da tre giorni e io lo ascoltavo che era già cadavere in attesa di vederlo da fan felice e grato ad un concerto o di ascoltare il suo prossimo lavoro musicale?
Cosa era successo davvero?
Al liceo silenzio. Perplessità. Rammarico e stupore. Quello stupore che ti mette imbarazzo e ti fa rimettere i piedi a terra. Lo sgomento. La certezza che c’era poco da dire. Sapevo delle overdosi quotidiane, dei malori sul palco, dei ricoveri in clinica continui del biondo di Aberdeen, il Re della scena indie rock di Seattle, di quella matta di Courtney Love, la sua compagna e che per me era la nuova Yoko Ono degli anni ’90.

Immaginavo fosse tutta scena, la solita manfrina da rockstar, la depressione ordinaria che ti è indicata come dovere d’immagine dal tuo discografico.
Nulla di questo. Un colpo di fucile e il Grunge sembrava svanito. Un vocabolo vecchio quanto il mondo, un misto di sporco ed aggressivo, di ribellione e disincanto verso il sogno americano.
Un genere musicale nato nei garage del lontano nord-ovest degli States in pieno decennio ’80, mentre tutti si strappavano i capelli per dei capelloni impomatati che facevano metal commerciale. Una rivolta silenziosa che annunciava la fine del reaganismo senza trionfalismi. Fra hard rock, punk, hardcore. Uno stile musicale collettivo senza bands rivali.
Il Seattle Sound. Il canto della Generazione X…
Parlavano di generazione X nel ’94. Io appartenevo alla folta schiera di giovani che non avrebbero visto muri, guerra fredda, vecchio colonialismo. Tutto sarebbe andato bene.
Un futuro grandioso.
Tutti sapevamo che Kurt era un eroinomane incontrollabile. Ma quelli erano i tempi della cocaina, della farina bianca che ti esalta, ti fa raggiungere l’impossibile, il magico rimedio degli Yuppies.
Kurt no. Preferiva non sentire, addormentarsi, evitare ogni ricordo, l’impegno di un concerto, di una prova in studio con la band, i doveri contrattuali con le case discografiche, persino sua figlia Frances Bean. Era ambidestro ma preferiva suonare mancino per essere diverso. O forse per somigliare a Paul McCartney dei The Beatles, autore principale di “Hey Jude”, la canzone dell’abbandono di un figlio che gli canticchiava ossessivamente fin da bambino la zia Mary e che avrebbe segnato assurdamente il suo destino. Kurt adorava i Beatles

La famiglia divorziò che era un ragazzino. L’odio verso la madre non trovò mai pace come il ragazzo di Aberdeen non si diede mai una ragione del perché il padre si fosse rifatto una vita con una nuova compagna e un nuovo fratellastro.
In una intervista lo disse chiaramente: avrebbe voluto avere una famiglia normale; tradotto: una sana famiglia americana, prato verde, casa in legno e posto auto.
Non fu così. Il trauma emotivo fu irreversibile. Disturbo bipolare, depressione, le prime droghe leggere e poi l’eroina. Non venne mai meno alla sua passione per la musica. Spaziava di genere in genere. Tra i suoi miti c’era il personaggio rock più distante al mondo da lui: Freddy Mercury, il Leader dei Queen, citato nella sua discussa lettera d’Addio in quei sfortunati giorni d’aprile come esempio di devozione ai fans e alla musica fino alla fine.
Quello che, nel profondo, Cobain, sentiva di non avere mai fatto a sufficienza.

 

Kurt è morto così.
Il suo ultimo album “In utero”, anni dopo ho creduto di capire cosa voleva essere.
Un testamento, la voglia di ricominciare da capo, di ritornare per sempre agli inizi, fino all’utero perduto della madre e restare lì per sempre senza mai venire al mondo.

O di bruciare nel sole.

Un testamento magistralmente scritto nel suo ultimo brano ufficiale, la mia amata “All Apologies”:

In the sun

In the sun I feel as one

In the sun

In the sun

Married

Buried

Vi lascio il link di questo magnifico pezzo suonato nel tempio più profano del Rock, la casa più lontana dal mondo di Cobain e dl suo garage. MTV.

Fabio Colosimo

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